Sempre più vecchi ma attivi

Repubblica ed. Napoli, 7 gennaio 2012
Sempre più vecchi ma attivi     Franco Buccino
Il 2012 è stato proclamato dall’Unione Europea l’anno dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni. La popolazione invecchia velocemente in tutta Europa. In Italia oggi gli ultrasessantacinquenni sono oltre il 20%; fra una trentina d’anni saranno un terzo dell’intera popolazione, immigrati compresi. Una persona su tre avrà più di sessantacinque anni! Sono dati che, di norma, preoccupano: si pensa subito alla tenuta del sistema previdenziale, all’aumento della spesa sanitaria; sono dati che, in genere, rattristano: si pensa alla giovinezza che sfiorisce, ad anni difficili che ci aspettano. Questa è la cultura imperante sulla terza età, che determina atteggiamenti e comportamenti conseguenti, non solo degli altri ma degli stessi anziani. In particolare, si continua a inseguire improbabili modelli giovanilistici e ci si rifiuta di riconoscere un’identità e una dignità a un periodo della vita sempre più consistente. Infatti, considerando che la vita media si avvicina a grandi passi ai novanta, parliamo di un periodo di venticinque anni. Un periodo che merita di essere vissuto in tutte le dimensioni: affettive, sociali, politiche, culturali. La società si organizza per accogliere e favorire gli anziani; ed essi si organizzano per divenire una risorsa per l’intera società.
Al momento è un’utopia, soprattutto in Italia. La crisi in atto fa uscire allo scoperto i governanti. Chi deve tagliare, pensa immediatamente all’istruzione, cioè ai ragazzi; allo stato sociale, cioè agli anziani; e, come sempre, non pensa alla famiglia, cioè ai ragazzi, agli anziani, alle casalinghe. I poveri, vecchi e nuovi, sono soprattutto anziani, che sempre più sono privati di servizi sociali e sanitari, rimanendo spesso destinatari delle sole iniziative del terzo settore, quando sono possibili, o di enti caritatevoli. Sarebbe un caso disperato quello degli anziani, se non fosse che hanno due carte da giocarsi. La prima deriva dagli ultimi acquisti che vanno a ingrossare le loro fila, neo anziani che nel ’68 avevano vent’anni, più abituati a lottare per i diritti che rassegnati alla pubblica commiserazione, pronti a dare la solidarietà alle altre generazioni, piuttosto che ricercare forme di assistenzialismo. Si aprono per gli anziani interessanti prospettive di un ruolo sempre meno marginale nella società, nelle scelte politiche ed economiche. La seconda carta, confidando in uomini delle istituzioni più intelligenti, è la sensibilità degli anziani a campagne e iniziative che con i dovuti incentivi promuovano stili di vita attiva, forme di aggregazione, di educazione permanente, di screening e sperimentazione in campo sanitario; è il loro essere, ancora, un enorme bacino di potenziali risorse, mettendo assieme competenze e disponibilità. Se gli anziani stanno meglio, materialmente, culturalmente e socialmente, costano molto meno alla collettività e possono offrire preziose collaborazioni in servizi di pubblica utilità.
Invecchiamento attivo è la sintesi perfetta di questi concetti. Il termine “attivo” aggiunto alla parola “invecchiamento”, la rinnova, la rivoluziona. Contribuisce a far ritrovare agli anziani la loro dignità di uomini e donne, con i loro sentimenti, le loro aspirazioni, le loro relazioni, a far ritrovare il loro ruolo di cittadini, attenti ai problemi e alle scelte, protagonisti d’iniziative e di attività per loro stessi e per l’intera comunità. L’anno europeo dell’invecchiamento attivo vuole diffondere questa visione e accelerarne la realizzazione. Perché non partire da Napoli e dalla Campania? Potremmo cominciare con l’educazione degli adulti, potenziando le attività delle associazioni con docenti ed esperti messi a disposizione da scuole, università, enti pubblici e privati. Potremmo continuare con campagne di educazione alimentare e sanitaria, favorendo il sottoporsi degli anziani a visite e controlli anziché scoraggiarli imponendo assurdi ticket e tempi biblici di attesa. Potremmo diffondere iniziative di volontariato di comunità per gli anziani: dai nonni civici davanti alle scuole, ai vigili ausiliari nei centri storici, nei musei, nelle biblioteche e nei siti storico-artistici, alle “guardie” ambientali nei parchi, nei boschi, sulle spiagge, agli informatori e animatori della raccolta differenziata. A loro si potrebbero dare rimborsi spesa sotto forma di buoni alimentari per alcuni prodotti mirati, contributi per palestre, biglietti per cinema e teatro. Potremmo, infine, favorire il servizio alla persona di anziani autosufficienti e in salute per coetanei più sfortunati, attraverso la compagnia e l’assistenza domiciliare leggera, l’acquisto della spesa e dei medicinali, l’accompagnamento a visite mediche e in qualche passeggiata. Muoversi in questa direzione, capendo prima che con la popolazione che invecchia occorre trasformare quello che può essere un peso in risorsa, significa costruire per il futuro, significa tentare di uscire dalla crisi con delle prospettive. Con le nostre contraddizioni, i nostri ritardi, le nostre generosità, i nostri colpi di genio, avvertiamo che questo progetto è alla nostra portata.

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