Scatti d’ira, scatti d’orgoglio

Franco Buccino

da ScuolaOggi.org

La vicenda degli scatti di anzianità del personale della scuola vede contrapposizioni aspre, personalizzazioni eccessive, toni alti, che sconcertano i lavoratori di ogni orientamento. Inaccettabili anche per chi ha un’idea chiara e un giudizio preciso della questione. Io, per esempio, tra il gruppo di sindacati firmatari dell’accordo sugli scatti e la Flc Cgil, mi schiero con la seconda. Per due motivi. Uno molto di parte: con Riccardo Rispoli e un gruppetto di compagni abbiamo costituito nel 2004 a Napoli la prima Flc regionale. Ma l’altro è di merito: sono convinto che i sindacati firmatari, uniti in uno strano sodalizio per origine, storia e idee diverse, abbiano avuto una posizione troppo arrendevole nei confronti di governi che hanno proceduto in questi anni a un profondo smantellamento della scuola pubblica attraverso tagli indiscriminati, pseudo riforme e riduzione dei diritti del personale. Ora, dopo l’opera demolitrice di Moratti, Gelmini e Tremonti, portano via quello che riescono a recuperare dalle macerie. E lo presentano come risultato della loro iniziativa. Spostano risorse dal fondo agli scatti biennali, incredibilmente scippati, per riattivarli: un’operazione che oggi non costa niente, ma presto sarà a carico dei lavoratori, che si vedono coinvolti in una spericolata operazione di “produttività”. Come le promozioni telefoniche: oggi è a costo zero quello che tra x mesi sarà pagato profumatamente. A meno che i quattro sindacati firmatari non pensino che dalle prossime elezioni uscirà fuori un governo di centrosinistra, con il quale avviare epiche battaglie, ritrovando l’autonomia. Tutto già visto.

Detto questo, devo aggiungere che, anche se la Flc Cgil svolge un importante ruolo politico, cercando di difendere il contratto e la contrattazione, protestando contro il governo per le sue politiche su istruzione e ricerca, in polemica con gli altri sindacati troppo acquiescenti, che non è poco, oggi tutto ciò non può bastare. Cosa manca? Nella Cgil Scuola prima e nella Flc poi c’è sempre stato spazio per elaborare e sviluppare concetti riformatori e innovativi di scuola: libertà d’insegnamento e collegialità; diritto allo studio e modelli adeguati di tempo scuola; autonomia, ruolo del preside e sistema di valutazione; riconoscimento dei lavori svolti a scuola e spazio per il merito; diritti dei precari e reclutamento oltre l’ope legis; investimenti lungimiranti nell’istruzione insieme a una spesa meglio distribuita con economie e riduzione di sprechi. Una voce non moderata per definizione, ma responsabile, misurata, per niente timorosa dell’impopolarità anche nel proprio mondo. Insomma una voce interna critica, molto ascoltata dalla maggioranza dei dirigenti e ostacolata da una minoranza. Anche grazie a tale voce, il sindacato scuola della Cgil ha dato un contributo notevole alle riforme dagli anni settanta fino all’autonomia scolastica, attraverso proposte e contratti di lavoro importanti, e ha preso legnate per la sua coerenza, come sul concorsone ai tempi di Berlinguer. Con i governi di centrodestra la situazione si è incattivita, le posizioni si sono radicalizzate. I ministri si sono serviti strumentalmente e unilateralmente anche di alcune elaborazioni di gruppi sindacali “illuminati” per procedere più speditamente sulla strada della ristrutturazione della scuola pubblica, in particolare di alcuni spunti di riforma, delle aree disciplinari, del reclutamento, della stessa autonomia. Allora nella Flc quella voce critica è stata messa da parte: prima isolata, poi emarginata e infine spenta. È stato il gran momento delle posizioni radicali, che pur essendo minoritarie hanno avuto sempre più spazio, senza peraltro riuscire a salvare gli ultimi, i precari, i docenti inidonei, gli amministrativi.

Qualche giorno fa mi trovavo a via dei Frentani con l’associazione di volontariato in cui sono impegnato; nella sala a fianco sentivo le voci dei miei compagni del sindacato scuola, riuniti in direttivo, che parlavano di scatti. Mi emozionavo e fremevo, sarei voluto entrare nella loro stanza e dire provocatoriamente: sono d’accordo con chi propone il ripristino degli scatti a carico del fondo; non è una proposta credibile la vostra dire che “tutte le voci che nulla hanno a che fare con il salario accessorio e con il miglioramento dell’offerta formativa (come la sostituzione dei colleghi assenti e i corsi di recupero), vengano tolte dai finanziamenti contrattuali e messe a carico del Mef; in questo modo si potranno utilizzare le risorse corrispondenti a queste voci per il recupero dei gradoni”. Se ci fossero altre risorse disponibili, si metterebbero direttamente sui gradoni! Preferisco gli scatti al fondo, dal momento che quei soldi sono spesso sprecati, i corsi di recupero servono solo a chi li gestisce, nelle scuole c’è un mercato dei progetti con relativo tariffario. Perché non sfidiamo, invece, il governo a fare l’organico funzionale? E così diamo spazio ai precari, ravviviamo l’autonomia delle scuole e spostiamo l’iniziativa delle rsu oltre la spartizione del fondo? Io, a fronte di un serio organico funzionale, con l’immissione in ruolo dei precari dalla graduatoria a esaurimento, accetterei un’autonomia avanzata con il conseguente impegno di ogni scuola a svolgere tutte le attività senza ricorrere all’esterno, sarei disposto ad accettare una rigorosa valutazione della scuola e del singolo, sarei pronto a confrontarmi sulle carriere, sarei d’accordo a rimettere in discussione perfino l’orario di servizio dei docenti.

La voce critica non ce l’aveva solo la Flc, ma anche gli altri sindacati della scuola, e spesso ci si intendeva, al di là delle rituali differenziazioni e contrapposizioni. Oggi si avverte la mancanza di proposta di questo gruppo trasversale alle diverse organizzazioni sindacali. E probabilmente ciò avviene anche in altre categorie di lavoratori, soprattutto pubblici, con riflessi sulle politiche confederali. La posta in gioco oggi, al quinto anno ormai della crisi, non è solo salvarci dal baratro economico ma salvare il sistema dei diritti delineato dalla Costituzione. Tenere in equilibrio diritti ed economia è la grande sfida: non si può definire l’agenda solo in base alla drammatica situazione economica, ignorando i diritti dei cittadini e dei lavoratori; né si può, per difendere i diritti, difendere contemporaneamente uno statu quo che non regge più. Sindacati timidamente acquiescenti o ferocemente ostili rischiano di essere entrambi funzionali ai progetti di risanamento a senso unico, quelli che ignorano i diritti. Forse, se venisse dato più spazio e più ascolto a chi nel sindacato studia e lavora per proposte e soluzioni equilibrate ai problemi, ci sarebbe maggiore dialogo tra le forze sociali e migliore interlocuzione con i governi. Cioe’ i sindacati svolgerebbero un ruolo politico più apprezzato, efficace e autorevole. La smetterebbero, per tornare ai sindacati della scuola, gli uni di portare a casa il “risultato”, cioè un pugno di mosche o un piatto di lenticchie, svendendo gli istituti contrattuali, uno a uno. L’altro di portare in piazza a ogni piè sospinto una categoria sempre più frustrata, e che perde pezzi per strada a cominciare dai precari. Sarebbero tra loro obbligati al confronto e, forse, a ricercare l’unità: come ancora pretendono i lavoratori e i cittadini.

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