L’istruzione dimenticata

(Repubblica ed. Napoli 20 agosto 2013)

Franco Buccino

D’estate, si sa, le scuole sono chiuse. E però l’argomento scuola, nei mesi estivi, è stato sempre attuale: sui giornali, nelle discussioni, perfino sotto gli ombrelloni. Almeno fino a qualche tempo fa. Si cominciava con gli scrutini: i risultati di un anno; diminuisce la percentuale dei bocciati, aumentano i debiti; va meglio nei licei, peggio nei professionali (ma guarda un po’!). Veniva quindi la volta dell’esame di stato, l’argomento principe: il toto-tema, come vincere le ansie, cosa mangiare il giorno prima, i voti più alti al Nord o al Sud, la lode.

Poi rubavano la scena, occupandola per un bel po’, i precari della scuola. Le nomine in ruolo, dal concorso e dalle graduatorie; la ricerca di convocati a volte scomparsi nel nulla. I calendari delle supplenze, spesso spostati, annullati; le file, i ricorsi, le proteste, soprattutto per via dei “riservisti” che facevano man bassa di posti e dei beneficiari della legge 104 che si prendevano le sedi migliori; lo svenimento di qualche mamma, l’arrivo della polizia. La fame di notizie, di aggiornamenti; cronisti e sindacalisti che si scambiavano i ruoli.

E, soprattutto, la scuola entrava in tutti i dibattiti. Da quelli sulla situazione economica a quelli sul progresso della nazione: nella scuola e nella ricerca si investe, non si taglia; l’istruzione è fondamentale per uscire dalla crisi; la scuola, tra mille difficoltà, è l’unica agenzia educativa a disposizione delle famiglie; la scuola è luogo e palestra di integrazione. Si passava da dibattiti di tipo generale a quelli più specifici: il valore legale del titolo di studio, i percorsi formativi, i piani di studio, l’orario scolastico, l’edilizia e la sicurezza, severità e permissivismo, merito e possibilità individuali, la valutazione del sistema e il ruolo dell’Invalsi, concorsi e precari, la preparazione degli insegnanti, il ruolo del dirigente scolastico.

Come mai di tale dovizia di argomenti non c’è traccia in quest’estate che avanza a grandi passi? Per lo stesso motivo per cui non ci sono state nel corso dell’anno mobilitazioni a favore della scuola pubblica, grandi scioperi del personale, e neppure significative iniziative e occupazioni da parte degli studenti. Per una serie di concause, motivi economici e ideologici, tagli e pseudoriforme, che continuano a produrre danni, la scuola ha perso la sua identità, la scuola pubblica soprattutto. Ridotte le materie, i docenti, i laboratori; ridotte le spese di gestione e di funzionamento; eliminati scientificamente gli elementi riformatori introdotti fino all’inizio degli anni ’90, come il tempo pieno, quello prolungato, le sperimentazioni e le compresenze per realizzare interventi individualizzati.

Demotivati e umiliati gli insegnanti e il restante personale sul piano economico, professionale e dei diritti sindacali; ridimensionati gli specializzati attraverso riconversioni di personale in esubero, con poche ore di formazione,; falcidiati i precari in ogni profilo (tra l’altro quest’estate non si convoca ancora né per immissioni in ruolo né per supplenze). La scuola è stata ridotta al silenzio. L’opinione pubblica non ha colto la drammaticità di tale silenzio e della situazione, anche perché impaurita dalla consistenza e durata della crisi economica e narcotizzata da messaggi suadenti centrati sulla maestra unica, su tempi scuola ridotti come nei paesi occidentali più progrediti, su sprechi e privilegi nel mondo della scuola, sui precari senza merito.

 Con una scuola ammutolita e quasi incapace di reagire, un’opinione pubblica frastornata, e messaggi fuorvianti in circolazione, il tradizionale dibattito estivo sulla scuola per un po’ ha retto, anche con voci critiche e accorate sul suo destino, poi è scemato, infine si è spento. C’è un clima di rassegnazione che uccide la scuola, nessun segnale di inversione di tendenza viene dall’attuale governo e neppure dalle forze “progressiste”. Ma non ci sono altre strade: per tornare la scuola al centro del dibattito e della politica, c’è bisogno dall’autunno di una grande mobilitazione popolare, che faccia perno sugli insegnanti e sui cittadini democratici. E soprattutto sugli studenti, chiamati, come i n passato, a salvare la loro scuola.

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