TORNARE A SCUOLA NONOSTANTE TUTTO

(Repubblica ed. Napoli 19/09/2013 pag.VI)

Franco Buccino

È bello rivedere per le strade bambini e ragazzi, la mattina, più presto del solito. Si sono riaperte le scuole. È bello, nonostante l’intensificarsi del traffico, l’affollamento dei mezzi pubblici, lo sfrecciare di “pulmini” abusivi, il caro libri, i prezzi alle stelle di zaini e diari griffati. Riprende il più grande e sistematico corso di formazione del paese, il più imponente laboratorio per sviluppare conoscenze e competenze, l’attività nel luogo più importante per l’educazione delle nuove generazioni. L’istruzione pubblica è l’indice forse più significativo per misurare la civiltà, la maturità, e anche la democrazia di un paese, perché è il modo più efficace per perseguire l’uguaglianza delle persone. Vale sempre questo impegno di un paese per l’istruzione. Anche in tempo di crisi. Forse ancora di più. Perché nell’educazione e nell’istruzione c’è il segreto per superare le crisi e costruire un modello di benessere equo e sostenibile, il nostro benessere. Nel sistema dell’istruzione si trova il massimo punto d’incontro tra stato e cittadini, tra le famiglie e la nazione. Nelle famiglie abbiamo a cuore il destino dei nostri figli, ci preoccupiamo della loro crescita, formazione, del loro avvenire, della loro felicità. Vorremmo che non risentissero degli effetti della crisi; ci carichiamo noi adulti, finché è possibile, di tutti i sacrifici e di tutte le privazioni. Lo facciamo per amore verso i nostri figli, ma anche con la consapevolezza di quanto sia decisiva questa età per loro e per la famiglia. Secondo la stessa logica si muove, o dovrebbe muoversi, lo stato, il governo nazionale, le amministrazioni locali. E invece non è così.

Spesso non è così nelle politiche scolastiche, nelle cosiddette riforme, nei provvedimenti che si succedono. L’idea di fondo che li accompagna non è più quella che i ragazzi e i giovani sono i nostri figli per i quali lottare, sacrificarsi e sui quali investire, bensì essi diventano la parte debole della popolazione, insieme con gli anziani e i disabili; spendere per loro è inutile perché non si vede un immediato ritorno; sostenere l’istruzione e lo stato sociale è un lusso che non possiamo permetterci perché ci sono cose più importanti da fare, ci sono ben altre priorità. Quest’anno i miei nipoti alle elementari fanno un solo “rientro” alla settimana, con il panino e non la mensa. I genitori stanno trovando, con il contributo dei nonni, una nuova organizzazione per i tempi e gli spostamenti; stanno cercando piscina, corsi di inglese, scuola di musica. Sempre contando sul nostro contributo. Emanuele e Chiara non hanno più tra le insegnanti la maestra Lidia: è difficile fargli capire che è andata altrove per i “tagli” effettuati alle scuole. Ma è difficile anche far capire alla gente che non c’è un fondamento teorico che sostiene “la maestra unica”. È stata un’invenzione, come tante altre: idee vuote per giustificare, nascondere, lo stravolgimento dell’istruzione pubblica, realizzato per motivi economici ed ideologici insieme. Il servizio pubblico non può offrire di più; chi può, ci metta i propri soldi e si rivolga al privato.

Come possiamo subire e accettare per i nostri figli una scuola più povera, più misera. Dovremmo pretendere per la stragrande maggioranza di loro più tempo scuola per tutte le attività, articolate, integrate, senza andare a cercarle fuori della scuola, chi può; pretendere luoghi più accoglienti, attrezzati e, soprattutto, sicuri; pretendere insegnanti stabilizzati, formati e soprattutto più motivati e meno mortificati. Qualcosa in più dovremmo richiedere per parecchi di loro: quelli che vivono nelle periferie delle grandi città spesso degradate, quelli che vivono in contesti familiari difficili o a stretto contatto con la malavita, quelli che possono fare la fine di Cesare, che si camuffava da adulto, ucciso in un regolamento di conti, o di Giovanni, giustiziato sul motorino davanti al supermercato, mentre doveva essere a scuola. Il progetto Chance, di cui ogni tanto ci ritroviamo a parlare, costava una cifra scandalosa per chi ritiene la scuola un servizio per meritevoli e volenterosi, costava quasi niente per chi sa quanto costano alla collettività ragazzi difficili e segnati dall’inizio nel loro percorso, e quanto è importante un intervento tempestivo per un loro recupero pieno. Sicuramente molto di più dovremmo pretendere per i disabili o handicappati: ore di sostegno, integrazioni e interventi specifici, e che siano posti al centro dell’attività scolastica, come spesso gli capita a scuola tra i compagni e a casa tra i fratelli. È quello che sostiene la nonna di Luca.

Forse per cambiare politica e atteggiamento nei confronti della scuola il segreto è proprio questo. Anziché pensare a una schiera sterminata di alunni, pensiamo a Emanuele e Chiara, a Cesare e Giovanni, e a Luca, che in realtà si chiama Ciro.

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