PARTECIPARE, NON ESSERE SPETTATORI

(il contributo di dicembre 2013)

 

Franco Buccino

 

L’8 dicembre, circa tre milioni di cittadini hanno deciso di andare a votare alle primarie del Partito Democratico. Molti sono andati per scegliere il nuovo segretario nazionale del partito, senza sapere che con il loro voto sceglievano anche i componenti all’Assemblea nazionale. In ogni seggio c’erano delle liste collegate ai candidati: a cercarle con attenzione le si potevano trovare affisse da qualche parte, ma quasi nessuno le ha viste. E così, in base ai voti riportati dal candidato segretario, un certo numero di persone per ogni lista si è trovato eletto all’Assemblea nazionale. Certo che in tempi di riforma elettorale improcrastinabile, contribuire all’elezione di un organismo senza conoscere le liste, senza scegliere e senza esprimere delle preferenze, è molto discutibile. Forse alla maggioranza degli elettori sarebbero risultate più note le persone in lista nel proprio seggio che non i candidati segretari. A qualche elettore potrebbe dispiacere aver mandato, con il suo inconsapevole voto, all’Assemblea nazionale una persona non gradita, non ritenuta all’altezza. Così come si potrebbe rammaricare a vedere non elette persone ritenute degnissime e capaci. E poi, i seggi sono stati assegnati in base all’ordine di presenza nella lista: il che è francamente eccessivo. Chi l’ha stabilito l’ordine nella lista? Lo si potrebbe capire scorrendo l’elenco degli eletti, dice maliziosamente qualcuno.

E nelle liste c’erano innanzitutto quelli che, giovani, giovanissimi, meno giovani, in queste competizioni ci sono da anni. Con delle novità e delle sorprese, si dice. Io penso che si sparigliano e si ricompattano come gli stormi di uccelli con le loro evoluzioni nelle piazze delle nostre città. In maniera non casuale forse, ma certo non politica. Molti erano presenti sotto l’egida di un candidato segretario per puri calcoli localistici, per contrapposizione agli antagonisti abituali o semplicemente per trovare uno spazio non occupato. In realtà non sono diversi i seguaci di Renzi dai sostenitori degli altri due candidati. Nel senso che se per “renziani” intendiamo gli eletti nelle liste collegate a lui, allora sono la maggioranza assoluta dell’Assemblea e della Direzione del partito, ma se con tale termine intendiamo quanti condividono un’idea di partito “leggero”, una spinta al rinnovamento e al cambiamento della politica, la rottamazione, un sano pragmatismo, ecc., allora i “renziani” si trovano trasversalmente in tutte le liste, ma sono una modesta minoranza. Ci vuole poco, facili profeti, a prevedere le difficoltà di Renzi a gestire il partito, a cominciare dalla sua “solida” maggioranza assoluta. L’elezione plebiscitaria del segretario non risolve il problema di un partito, cioè del nostro tradizionale modello politico-organizzativo, non risolve il problema della selezione della classe politica. E la partecipazione di massa alle primarie neanche scalfisce, a mio avviso, la crisi del rapporto tra classe politica e cittadini.

Le primarie diventano un evento sapientemente costruito, atteso dalla gente. Il loro successo dipende dai votanti e dall’interesse che suscitano. Così come nei programmi televisivi conta il gradimento e il numero di spettatori. La prossima volta voteremo per telefono, via e mail, accendendo le luci di casa, dopo il confronto televisivo diretto tra i candidati. Con i telecronisti e i messaggi pubblicitari che ci influenzano e ci orientano. La politica, e il confronto politico, sempre più li guardiamo da lontano, dalla poltrona, come Ballarò, Porta a porta, Santoro e tutti gli altri. E il giorno dopo ci lamentiamo dell’autobus che non passa, del ticket e dei tempi di attesa per una visita medica specialistica, delle ore in meno di scuola per i nostri figli, di un albero tagliato sotto casa. Ci esaltiamo perché anche il partito democratico ha il suo indiscusso leader: dopo gli antichi Bossi e Berlusconi, il recente Vendola e il recentissimo Grillo, anche Renzi diventerà una sorta di uomo-partito, contribuendo a semplificare i modi e i tempi dell’informazione politica. E intanto continueremo a trovare insopportabile la classe politica, la pletora di rappresentanti, i costi, la corruzione, i rimborsi. Ci stiamo pericolosamente avvicinando al punto critico di una democrazia matura. La consapevolezza, l’analisi, il giudizio e anche la protesta, il dissenso, il prendere le distanze non salvano la democrazia. Una democrazia che non è alimentata da vigorose linfe di partecipazione, si esaurisce e muore. Il 2013 è l’anno internazionale della cittadinanza attiva, anzi dei cittadini attivi. Il nostro sistema politico deriva, com’è logico, dalla nostra Costituzione. La quale a tal punto riconosce il valore della cittadinanza attiva, che all’articolo 3 dice di rimuovere gli ostacoli all’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Rimuovere, non frapporre ostacoli. Una partecipazione “effettiva”, non emotiva, da spettatori.

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