CHE COSA LA SCUOLA PUO’ FARE PER I DISABILI

Franco Buccino

(Repubblica ed. Napoli 6 Marzo 2014 pag. X)

I tribunali amministrativi, in seguito a ricorso dei genitori, aumentano sempre più spesso le ore di sostegno agli alunni con disabilità. Fino a farle diventare tante quante sono le ore di lezione settimanali, cioè da trenta a quaranta. Il che vuol dire che questi alunni possono arrivare ad avere, ciascuno di loro, due e più insegnanti specializzati. L’amministrazione scolastica, soccombente in quasi tutti i giudizi, cerca inutili espedienti per contrastare tali sentenze; ma anche quando ottiene dal Parlamento provvedimenti legislativi che abbattono le ore di sostegno in nome della riduzione della spesa pubblica, interviene la Corte  costituzionale, che li boccia perché limitano il diritto all’inclusione scolastica. In realtà tante ore di sostegno, spesso, non solo non migliorano l’inclusione, ma la peggiorano: nel senso che si crea un’organizzazione di fatto che tiene l’alunno disabile ai margini della classe, se non addirittura fuori dell’aula. Sembra che le responsabilità siano, in prima battuta, dei genitori perché in modo acritico puntano solo sulla quantità di ore di sostegno, e poi delle scuole perché nella loro programmazione educativa e didattica non riescono ad andare oltre le ore di sostegno.

Certo non mancano le loro responsabilità; ma hanno, per così dire, molte attenuanti. I genitori di alunni handicappati, disabili, con disabilità, diversamente abili – quanta ipocrisia in questo fiorire di termini! -, in prima istanza non chiedono per i loro ragazzi più ore di sostegno, chiedono che la scuola li accolga e li includa nei processi formativi e didattici. Poi si rendono conto che la dignità e il rispetto per i loro figli, passa attraverso l’insegnante di sostegno, il suo ruolo e la sua dignità: se hanno l’insegnante di sostegno, sono riconosciuti e accettati; se non lo hanno, sono un peso e degli intrusi. Infine, capiscono come funziona la scuola praticamente: se è assente l’insegnante di sostegno è “meglio” tenersi a casa il figlio; così come è “opportuno” avere un orario di frequenza per i figli ridotto e flessibile, magari coincidente con le ore in cui è presente in classe l’insegnante di sostegno. Allora, più ore di sostegno per i loro figli, significa più ore a scuola. Che è la premessa per ogni inclusione scolastica, di qualsivoglia soggetto.

Le scuole hanno, in genere, buone intenzioni nei confronti di alunni con disabilità: spesso li accolgono e li coccolano, a volte pensano pure a loro nella programmazione delle attività. Ma tenerli in classe senza l’insegnante di sostegno, e magari senza l’accudiente materiale fuori la porta, è complicato. Così come è complicato porre rimedio alle classi “scoperte” per l’assenza di docenti in servizio. Qualche volta si vede addirittura l’insegnante di sostegno andare in una classe scoperta con il “suo” alunno. Quando poi l’alunno con disabilità è assente, il suo insegnante di sostegno diventa il provvidenziale tappabuchi della giornata. Altro che docente di sostegno alla classe in cui è inserito un alunno disabile, come si legge nelle circolari e nei testi specialistici. Nelle scuole si vive la più grande contraddizione tra ciò che si pensa, si programma, si vuol fare, e l’organizzazione rigida, burocratica, arretrata, la scarsezza delle risorse, l’assenza di sinergie con l’esterno, una irresponsabilità ancora diffusa e impunita. In una logica ribaltata di autonomia e responsabilità educativa e didattica delle scuole, le stesse situazioni problematiche, come le classi scoperte e i disabili senza l’insegnante di sostegno, potrebbero divenire l’occasione per sperimentare moduli alternativi alle classi o per realizzare unità didattiche “inclusive”.

In attuazione di alcuni provvedimenti legislativi, l’Amministrazione scolastica deve procedere alla formazione, sia iniziale che in servizio, di tutti i docenti sui temi della disabilità e sulle didattiche inclusive. Sembra la premessa perché tutti gli insegnanti, curricolari e di sostegno, possano prendere in carico l’alunno con disabilità. È una iniziativa molto interessante, almeno sulla carta. Se non fosse che alle difficoltà delle scuole a realizzare qualsivoglia innovazione e riforma, si aggiunge la proverbiale furbizia dell’Amministrazione, che conosciamo bene. Anch’essa ha da tempo in mente i docenti curricolari con competenze sul sostegno, ma solo per sostituire, eliminare gli insegnanti specialisti. Come ha fatto con gli insegnanti di lingua straniera alle elementari: ha tolto gli specialisti laureati in lingue e ha lasciato l’incombenza di insegnare la lingua straniera agli insegnanti della classe dopo averli “specializzati” con qualche centinaio di ore di corso (comprese quelle on line). Così, tra l’altro, aggirerebbe pure le sentenze dei Tar. Nelle more,  non le dispiace di soccombere in giudizio, perché ottiene più insegnanti di sostegno senza assumersi la responsabilità della spesa. Inutile dire che nella scuola come è organizzata oggi, se scompare l’insegnante di sostegno, scompare l’integrazione degli alunni disabili.

E non andremo mai oltre la socializzazione e le soluzioni logistiche per gli alunni disabili, se non s’investono risorse e non si cambia la scuola veramente, non con pseudo riforme di cinica copertura a tagli lineari. Soprattutto non faremo vera integrazione dei disabili a scuola, se questa non avviene anche nella società. L’affidare alla scuola “educazioni” e “integrazioni” è un tragico equivoco in cui cade la società, che pensa di mettersi in tal modo a posto con la coscienza. E così non solo non fa la sua parte attiva, ma anzi arriva a consentire atteggiamenti discriminatori, razzisti, omofobi, a permettere e subire pubblicità ingannevoli su tabacco, alcol, alimentazioni sbagliate, ad ammirare stili di vita scorretti. Tanto poi ci pensa la scuola.

 

 

 

 

 

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