IL LAVORO CHE ESCLUDE I GIOVANI E GLI ANZIANI

(Repubblica ed. Napoli 23/04/2014 pag. XII)

Franco Buccino

La contemporanea pubblicazione dei dati relativi alla disoccupazione (13% a febbraio, 42,5% quella giovanile) e dei dati relativi agli importi delle pensioni (il 50% sotto i mille euro) ha fornito una drammatica fotografia della situazione in cui vivono ormai milioni di famiglie nel nostro paese. In particolare, giovani disoccupati, o meglio inoccupati, ed anziani con pensioni modestissime, sono divenuti spesso un peso insostenibile per famiglie con introiti “normali”. Occorre rimettere in discussione il concetto stesso di lavoro, dar avvio a una vera e propria rivoluzione culturale, richiamarsi alla Costituzione e al suo incipit: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Da una parte c’è il dettato costituzionale, dall’altra ci sono due realtà, l’avvio sempre più tardivo dei giovani al lavoro e l’invecchiamento galoppante della popolazione. La prima non dipende solo dalla difficoltà di trovare un lavoro, ma dalla diffusione di percorsi formativi più lunghi e articolati, la scuola superiore, l’università, la formazione professionale. E si tratta di una parte della popolazione, i giovani, che in percentuale si è ridotta nel tempo e poi stabilizzata. L’altra realtà, invece, quella dell’invecchiamento della popolazione, esplode: nel giro di qualche decennio avremo in Italia un cittadino su tre con 65 anni e più. E sono persone che, quando lasciano il lavoro, hanno una prospettiva di vita di venticinque anni e più.

Come rimediare al fatto che la “popolazione attiva”, come viene statisticamente intesa, si riduce troppo e, soprattutto, non riesce a sostenere il sistema previdenziale? È sbagliato innalzare oggi l’età pensionabile, così come sarebbe sbagliato ridurre domani il tempo della formazione per i ragazzi. Perché non risolve i problemi e soprattutto mette pesantemente in discussione i diritti degli anziani e dei giovani. Occorre, invece, pensare a un sistema del lavoro, che coinvolga anche giovani in formazione, persone anziane, volontari, intendendo il volontariato come lavoro gratuito. Un sistema del lavoro, articolato con regole diverse a seconda del segmento. Un sistema che si fonda sui lavoratori.

Per i ragazzi l’educazione al lavoro deve cominciare dalla più tenera età, a partire dalla famiglia e dai tradizionali luoghi di socializzazione, fino ad attuarsi in forme pratiche nell’alternanza scuola lavoro. E poi deve esserci apprendistato, tirocinio, praticantato. Comunque, anche durante l’iter formativo occorre consentire ai giovani lavori saltuari, stagionali, part-time, e attività di volontariato. Per gli anziani il distacco dal mondo del lavoro è spesso traumatico. Molti di loro vorrebbero svolgere non solo attività che mirano al benessere e a stili di vita sani, ma anche attività sociali e lavorative: tutoraggio di giovani lavoratori, trasmissione di esperienze e, oggi in forma di volontariato, tutela dei beni comuni e servizio alla comunità. Il volontariato, soprattutto, ma non solo, dei giovani e degli anziani, è lavoro gratuito: in quanto lavoro va regolato, riconosciuto e tutelato; ad esso deve corrispondere il rimborso delle spese sostenute.

I tre segmenti, insieme con il volontariato, devono contribuire alla tenuta del sistema previdenziale. I giovani ancora in formazione, gli anziani, i volontari, assicurano elementi di flessibilità al sistema lavoro e vedono rispettate le loro specificità. Tutti insieme attuano e rendono visibile il principio che la repubblica è fondata sul lavoro. Forse solo così avverrà veramente che il lavoro decida il futuro.

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