CENTO PRESIDI IN PENSIONE NELLA SCUOLA DA RIFORMARE

Franco Buccino

(Repubblica ed. Napoli 19 agosto 2014)

Le scuole campane riverseranno a settembre su alunni e alunne i problemi di sempre, e non per questo meno drammatici. A cominciare dalla sicurezza e agibilità, soprattutto didattica, degli edifici scolastici, per non parlare poi della diffusa inesigibilità del diritto allo studio: mensa, trasporti, cedole librarie. Il tempo scuola ormai si è ampiamente ridimensionato in tutti gli ordini di scuola; modelli didattici alternativi alla lezione frontale sono stati archiviati. Le piante organiche del personale si sono ridotte, sia i docenti, sia soprattutto il personale amministrativo, tecnico e i collaboratori scolastici; gli alunni disabili, al solito, troveranno accoglienza e sostegno solo grazie a generose sentenze dei tribunali. E l’orario delle lezioni andrà a regime dopo un paio di mesi, per via degli ordinari caroselli di insegnanti dovuti a trasferimenti, assegnazioni provvisorie, utilizzazioni, tutte operazioni inutili e dannose. E soprattutto per i ritardi e le lungaggini delle nomine dei supplenti annuali, degli incaricati annuali, dei precari insomma: quei coraggiosi almeno che sono rimasti nelle graduatorie campane e non se ne sono andati a Roma, Siena e Lucca.

Sono tutti problemi seri e gravi, che meritano ben altri approfondimenti, insieme con le ricorrenti proposte e promesse dei governi e dei partiti di affrontarli e risolverli, anche se non arriva mai #lavoltabuona. Sta suscitando interesse in questi giorni un altro, ulteriore, problema per le scuole campane: cento presidi sono costretti ad andare in pensione e, per via della mancata conclusione di un concorso, le loro scuole non avranno il ricambio, bensì dei “reggenti”. Da qui la bizzarra proposta di un preside ebolitano: che i cento presidi rimangano nelle loro scuole, a titolo gratuito. Ora bisogna dire, a scanso di equivoci, che i presidi non vogliono andare in pensione a sessantacinque anni, come del resto i magistrati e i professori universitari; ma, a differenza di questi ultimi, i dirigenti scolastici non l’hanno spuntata. Non vogliono andare in pensione perché occupano un posto importante e di responsabilità nelle scuole, a cui pensano di non voler e poter rinunciare; ma anche perché spesso sono docenti che hanno iniziato tardi la carriera di dirigenti e la permanenza nel ruolo migliora la loro posizione economica. I presidi campani che il 31 agosto vanno in pensione per raggiunti limiti di età si sono imbattuti per felice(?) coincidenza con il concorso regionale a dirigente scolastico bloccato dalla magistratura. Quando gli inquirenti, avendo tempo e risorse, mettono il naso nelle vicende della scuola in Campania, escono sempre fuori fatti penalmente rilevanti e persone indagate per reati: graduatorie, concorsi, scuole private, ecc.  D’altra parte, da tempo le graduatorie dei concorsi a preside vengono stravolte da ricorsi d’ogni tipo, da inserimenti con riserve d’ogni sorta, da sanatorie che lobby in parlamento fanno sistematicamente approvare. Ci fanno rimpiangere i presidi incaricati di una volta, che facevano i presidi senza aver fatto il concorso.

Come faranno le scuole senza preside? Dalla battaglia dei presidi per passare dirigenti, iniziata dalla fine degli anni ottanta, veniva delineata una dirigenza con tutti gli istituti suoi propri: l’incarico a termine da parte del direttore generale, la valutazione, lo stipendio di posizione e quello di risultato; in più una “dirigenza scolastica” cioè proveniente dalla docenza e incardinata nella scuola autonoma. Una scuola di dimensioni medio-grandi che giustificasse la dirigenza, appunto, e una serie di figure intermedie. Poi si sa le cose sono andate diversamente: i dirigenti scolastici si “trasferiscono” abbastanza facilmente, così come rimangono in una scuola per tutto il tempo che vogliono, non sono seriamente valutati, le retribuzioni sono standard, la complessità della scuola che dirigono non è tenuta praticamente in nessun conto perché le scuole le più diverse per territorio, numero di alunni, di personale, di plessi e di indirizzi, sono considerate in pratica tutte uguali. “Conviene” tenersi una scuola piccola e semplice.  Se si volesse risolvere almeno un problema delle scuole campane si potrebbe fare così: il direttore scolastico regionale seleziona dirigenti scolastici per competenze, li obbliga a lasciare la loro sede e li assegna alle scuole senza preside più complesse; con lo stesso criterio e in via residuale assegna le reggenze: prefigura così un futuro, serio e definitivo dimensionamento della rete scolastica. Per il preside che viene “spostato d’ufficio” e per chi ha reggenze, ci saranno più soldi per la posizione e, eventualmente, per il risultato. Si può così sperimentare una dirigenza scolastica più vera, sostenere l’autonomia delle scuole e insieme annullare un concorso ormai irrecuperabile. E i presidi che vanno in pensione potranno, se lo vorranno, svolgere ruoli altrettanto delicati e responsabili al di fuori del mondo del lavoro, per esempio nel terzo settore, nel complesso mondo del volontariato e della promozione sociale, ovviamente, di norma, a titolo gratuito.

Un pensiero riguardo “CENTO PRESIDI IN PENSIONE NELLA SCUOLA DA RIFORMARE

  1. Caro Franco, lascia interdetti la chiusura del tuo articolo. Chi come te per anni è stato al vertice di un’organizzazione sindacale tra le più prestigiose del mondo della scuola e per anni si è battuto per migliorare lo stato di salute di quella scuola campana che pur malata da sempre resta uno dei pochi baluardi in una terra in cui il malaffare è imperante, non può chiudere un’analisi tanto lucida quanto intrisa di pessimismo, con una soluzione tanto populista quanto prodromica di inefficacia e di inefficienza organizzativa e amministrativa.
    Parlare di un concorso da annullare perché irrecuperabile cavalcando le ragioni della pancia senza dare un minimo di giustificazione provenienti dalla testa è non solo poco rispettoso della tua storia di segretario regionale della CGIL scuola e di Dirigente Scolastico, ma soprattutto della storia personale di oltre 600 docenti campani che hanno superato una prova preselettiva (che ha visto cadere oltre 4000 candidati), due prove scritte (con le quali sono stati fermati altri 900 candidati) e una prova orale (con un’ulteriore selezione) che non hanno dovuto ricorrere alla giustizia amministrativa e penale per ‘passare’ qualche step della procedura concorsuale, ma solo per difendersi dai ‘furbetti’ di turno. La scuola campana necessità indubbiamente di competenze ma necessità soprattutto di capacità innovativa per far si che essa possa risalire quella china sulla quale è stata portata dalla vecchia classe dirigente.

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