L’azzardo non è un gioco

Franco Buccino

(Repubblica ed. Napoli, 28/11/2014)

L’azzardo, e cioè scommessa, sorte, rischio, ossessione, dipendenza, patologia, è abbinato alla parola gioco. Il gioco che evoca innocenza, disinteresse, bambini, cuccioli. Nell’ora di massimo ascolto in tv, prima di una finale importante, un calciatore famoso con modi ammiccanti mette assieme gioco d’azzardo e pallone. Il calcio, lo sport nazionale, il gioco più popolare. Allora non stupisce che il gioco d’azzardo coinvolga, in modi e forme diverse, la maggioranza della popolazione nel nostro paese, che quasi un milione di persone siano affette da “ludopatia”, che diversi milioni siano a rischio. E che il gioco d’azzardo abbia un giro d’affari di quasi cento miliardi di euro l’anno, la terza impresa del Paese.

Quando circa tre anni fa partecipammo a una ricerca nazionale con l’Auser e il Gruppo Abele, rimanendo esterrefatti per il gran numero di persone anziane coinvolte nel gioco d’azzardo, a Napoli la situazione era molto diversa da oggi. C’erano solo alcune grandi sale scommesse, con navette per le stazioni, e un indotto di “compro oro” e finanziarie di dubbia reputazione. Oggi sono disseminate in tutti i quartieri: rilevano botteghe, negozi, perfino supermercati. I locali commerciali con slot machine sono in numero impressionante. I gratta e vinci li vendono pure alle Poste. Per non dire dei circoletti, che con i loro giochi illegali e taroccati sfuggono a ogni tentativo di censimento.

Il gioco d’azzardo non risparmia nessuna classe sociale e nessuna fascia d’età, ma naturalmente i più esposti sono i più deboli, i più fragili socialmente, quelli con maggiori difficoltà economiche. Come, per esempio, quegli immigrati clandestini che quando non sono sfruttati nel lavoro nero bighellonano per le strade: nei pressi di piazza Principe Umberto c’è una sala gioco da cui entrano ed escono solo uomini di colore. Tante donne, già storiche frequentatrici di bancolotti, si sono evolute e attrezzate, e fanno concorrenza ai colleghi uomini. E, a proposito di evoluzione, anche nella nostra città e nella nostra regione comincia a svilupparsi il gioco on line: con una crescita esponenziale, passando da persone giovani, istruite, con qualche possibilità economica, a giovanissimi e ad anziani con pensioni modeste. Tutti con il miraggio della grande vincita che darà una svolta alla loro vita, diventano, oltre che dipendenti, facili prede di “criminali” online, i quali in modo subdolo li costringono a fornire i propri dati personali.

A fronte di una situazione che diviene drammatica per le persone coinvolte, ma anche per le famiglie e per tutto il contesto sociale, si potrebbe immaginare che lo Stato intervenga in maniera energica e corretta. In realtà oltre a inserire le ludopatie nei Lea (livelli essenziali di assistenzaI), lo Stato si accontenta di prelevare tasse per 8 miliardi di euro dal giro dei cento, salvo poi a spenderne 6, per ora, in interventi sociosanitari. Si parla di una legge quadro per “regolamentare” il gioco d’azzardo non per “abrogarlo”, di cambiargli nome mettendo in discussione il termine “azzardo” anziché il termine “gioco”, di salvaguardare il gioco legale e combattere il gioco clandestino. Come se la ludopatia, i danni alla persona e alla comunità, dipendessero dal nome o dalla ragione sociale dell’attività commerciale, dalla natura degli imprenditori, malavitosi o persone perbene. L’esperienza di “giocate” a Napoli di almeno cinquant’anni dimostra che non c’è nessuna differenza tra legale e clandestino, anzi c’è una tragica pacifica convivenza, al più una sana concorrenza tra i due mondi. D’altra parte il fumo delle sigarette provoca gli stessi danni sia se sono di monopolio sia se sono di contrabbando.

Il massimo dell’ipocrisia si raggiunge con la tesi antiproibizionista, secondo la quale proibire è controproducente. Da ciò si fa discendere ogni forma di compromesso, di mediazione, di cedimento. Non si possono mettere assieme i danni del gioco d’azzardo con entrate e profitti.
E le campagne di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle dipendenze dal gioco d’azzardo devono essere organizzate e gestite da movimenti di cittadini, attendibili e credibili, che hanno a cuore lo sviluppo della democrazia e i diritti di tutti. Come il gruppo di associazioni di cittadinanza attiva che ha dato inizio a una campagna dal titolo eloquente: “Mettiamoci in gioco”. Perché, a pensarci bene, il gioco d’azzardo non è un problema, tutto sommato, degli altri.

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