I NODI AL PETTINE DEL PATTO EDUCATIVO

Franco Buccino

Mercoledì scorso si è svolto all’istituto don Bosco un incontro sul Patto educativo per la città metropolitana di Napoli. Organizzato dal Forum del Terzo Settore della Campania con le realtà impegnate sul fronte delle politiche educative e formative: associazioni, cooperative, comunità che vogliono definire il proprio spazio, il proprio ruolo di soggetti civici attivi all’interno del Patto.

Confesso che sono stato emotivamente coinvolto a vedere tanti rappresentanti del terzo settore, come  Cesare Moreno, l’ultimo maestro di strada, con i sandali ai piedi -per voto- fino a quando la scuola recupererà posizioni nelle politiche e nella considerazione dei governi che si succedono… Mi sono emozionato a risentire vecchi termini come le francesi ZEP, “zone prioritarie per interventi educativi” , che erano così di moda quando più di venti anni fa inserimmo nel contratto dei lavoratori della scuola l’articolo 2: scuole collocate nelle aree a rischio. Iniziativa poi fallita, come le altre contro la dispersione scolastica.

Oltre questo tuffo nel passato, all’incontro mi è capitato di sentire tante osservazioni, proposte, considerazioni per la realizzazione del Patto. Alla luce di ciò che ho ascoltato ecco alcune sottolineature e  qualche breve riflessione.

 Il Patto firmato è uno ma già si intravedono due percorsi distinti di attuazione: uno confessionale e uno laico. Sarebbe una iattura se succedesse: tradirebbe l’idea originaria che appartiene al vescovo Battaglia, quella di un progetto fortemente unitario. “Un alfabeto comune dell’educare”, ricordate?

Il Patto educativo è per la Città Metropolitana, e non solo per Napoli, hanno ricordato in molti. Ci sono tante zone doppiamente periferie: della cittadina in cui sono incorporate oltre che della vasta area estrema della metropoli. Senza neanche i servizi che pure in qualche misura le Municipalità, ex Circoscrizioni, offrono.

Il problema dei problemi è, e rimane, il rapporto tra scuola e associazioni, che pure è il “cuore” del patto educativo, e precede gli apporti interistituzionali, pure fondamentali.

Ma che considerazione hanno, associazioni e scuole, gli uni degli altri? I soggetti del Terzo Settore si lamentano perché vedono i docenti solo in rare riunioni formali; più spesso vedono il custode, attento a chiudere porte e cancelli, per tempo, a fine giornata. “E poi scioglie i cani”, come ha raccontato la presidente di un’associazione. Hanno spazi e scarsa agibilità all’interno della scuola, rari accessi a laboratori, attrezzature. Non c’è molta differenza tra loro, che pure stanno lì per un progetto comune, e quei gruppi che chiedono in uso la palestra al Consiglio d’Istituto: dice un docente “pentito”. E non parliamo della scarsa considerazione che il mondo della scuola ha per il personale “esterno” coinvolto nei progetti, i pregiudizi rispetto ai loro titoli  e alle loro esperienze didattiche, il fastidio a volte per le valutazioni “alternative” che danno dei ragazzi.

Poche le eccezioni. Si salvano scuole con presidi “illuminati”, con referenti del progetto autorevoli sia verso gli interni che verso le associazioni. Così come sono ben considerati quei partner delle scuole che hanno disponibilità, idee creative, entusiasmo, controllo efficace. Per il resto, per risolvere i problemi, si fanno le solite proposte. Ci vorrebbe più formazione per le persone coinvolte nel progetto. Ci vorrebbe un budget più consistente. Ci vorrebbe…

La verità è che si tratta di un matrimonio fra due soggetti che non si conoscono e che sono troppo diversi. Né conta molto dire che si mettono insieme con un obiettivo importante, quello di combattere dispersione scolastica e povertà educativa, mali che affliggono in particolare i nostri territori. E, come se non bastasse, hanno, ognuno, troppi problemi. Le realtà del terzo settore hanno storicamente problemi economici e difficoltà a trovare volontari con titoli specifici. Le scuole hanno problemi ben più gravi, riassumibili in uno: una spaventosa rigidità organizzativa che rasenta l’immobilismo, mancanza di un’autonomia effettiva, una diffusa autoreferenzialità con annessa diffidenza per ogni intervento esterno, perfino verso quelli istituzionali.

La conclusione, secondo me, è una sola e poco incoraggiante. Almeno in apparenza. Limitare il progetto a poche situazioni, in cui ci sia una forte determinazione e motivazione tra i soggetti: l’associazione, in cambio della maggioranza del finanziamento, a mettere in campo risorse volontarie e specialistiche insieme, con flessibilità di orari anche fuori della scuola; la scuola, dal canto suo, a sperimentare forme circoscritte ma significative di reale autonomia per il modulo di alunni/studenti coinvolti , regolarmente autorizzate e con un minimo di dotazione aggiuntiva.

Potrebbe essere una sorta di ultimo stadio, mai potuto realizzare, del progetto Chance dei maestri di strada di Cesare Moreno.

Pura utopia, si dirà. Forse. Ma se la scuola non sperimenta un’autonomia piena e non accoglie collaborazioni “alla pari”, di sicuro non si risolve il problema della dispersione scolastica e della povertà educativa.

E, comunque, questa proposta non esclude le altre. Ma forse merita un percorso privilegiato.     

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