NAPOLI: NON UCCIDIAMO LA SPERANZA DELLA CITTA’

Non uccidiamo la speranza della città

Franco Buccino

Alla vigilia dell’America’s Cup di Napoli erano in molti scettici sui risultati, critici sugli interventi e sulle scelte. Allungare la scogliera, occupare la villa, chiudere via Caracciolo, modificare dispositivi di traffico. Si lamentavano i commercianti, i ristoratori, i tassisti, gli automobilisti, perfino quelli che vanno a correre sul lungomare, costretti a deviare il percorso. I disoccupati organizzati affilavano le armi. Le polemiche divampavano sui giornali. Pochi si mostravano aperti e disponibili, ritenendo l’evento utile per la città.

Poi, le cose sono andate bene, oltre ogni aspettativa. L’inaugurazione, le regate, i commenti positivi degli organizzatori e degli ospiti e media venuti da tutto il mondo, la folla strabocchevole alle gare e nel villaggio. Senza neanche la complicità del sole napoletano. Un successo di cui De Magistris si è vantato: ha ampiamente recuperato quanto ha speso, e soprattutto ha fatto fare il giro del mondo a una bella e unica città, un’immagine positiva che si è sovrapposta e ha cancellato quella di una città sommersa dai rifiuti, di una città pericolosa e da evitare.

Bisogna non solo riconoscere al sindaco questo merito, ma incoraggiarlo ad alzare il tiro. Recentemente Antonio Bassolino, a un incontro all’Ulten (l’università della terza età dell’Auser) sui suoi libri, ha raccontato un episodio accaduto al termine del G7 del 1994. Stavano ancora andando via le delegazioni internazionali da piazza Plebiscito, quando qualcuno tolse delle transenne e alcune auto incominciarono a passare. Si precipitò letteralmente, con alcuni collaboratori e dei vigili, a rimetterle a posto, consapevole del fatto che, se non ci fosse riuscito in quel momento, mai più avrebbe chiuso la piazza al traffico e al parcheggio delle auto. E ancora oggi piazza Plebiscito è il segno più evidente del trascorso “rinascimento napoletano”.

Dopo la festa, sono tornati i giorni feriali. Le buche delle strade, i cortei non autorizzati, i treni soppressi della Vesuviana, l’impunità degli amministratori, l’arroganza delle persone; e le tasse del governo, miseria e disoccupazione. E sono ritornate pure le polemiche sulla Coppa America, con un accanimento degno di miglior causa. Come se ci fosse stato un artificio che ha bloccato le bocche nei giorni delle regate; poi sono riprese tutte le discussioni al punto in cui si erano fermate, tipo scogliera e villa, e ne sono cominciate altre nuove, tipo il numero inadeguato di servizi igienici per un milione e mezzo di visitatori e i danni alla Villa comunale. E non si è parlato più delle cinque giornate, della consapevolezza che si è avuta in quei giorni nella maggioranza dei cittadini: che la città può essere a loro immagine, che la città è la loro.

Se ci riflettiamo bene, quel che è successo di straordinario in quei fatidici giorni è stato il silenzio di sparuti gruppi e minoranze, che ordinariamente s’impadroniscono della rappresentanza della città. Hanno taciuto i mestieranti della politica, quelli che considerano i cittadini attivi addirittura un ostacolo per i loro progetti, hanno taciuto le corporazioni, i disperati organizzati, i mestatori, gli strateghi del caos cittadino. Forse non hanno neppure taciuto, ma i cittadini che si sono riappropriati della città, del loro diritto di parlare e rappresentare la città, neppure li hanno sentiti e di fatto hanno bloccato ogni loro iniziativa. Questa è stata e può essere Napoli.

In una città in cui i cittadini tornano protagonisti, i politici per esercitare il loro ruolo dovranno frequentare lunghi corsi di rieducazione; e gli innumerevoli gruppi di quanti sfruttano a loro esclusivo vantaggio i problemi e le contraddizioni della città, saranno destinati, se non all’estinzione, almeno a una vita più complicata. Certo, non è facile per i cittadini essere protagonisti. E non solo per l’opposizione di gruppi organizzati, di cultori della violenza e dell’illegalità, ma per le continue delusioni che provano in tante occasioni; per la stanchezza che li assale al monotono ripetersi di situazioni drammatiche: i rifiuti, le violenze, le furbizie; per la rassegnazione alle file, ai disservizi, ai diritti negati.

E però poi basta un governo illuminato, un’iniziativa indovinata, e come per incanto riscoprono il loro ruolo nella città, il loro protagonismo, la bontà delle loro idee, del loro senso civico, e superano ogni complesso e ogni rassegnazione nei confronti dei prepotenti. Occorre offrire le occasioni a questa stragrande maggioranza di cittadini, moltiplicare le iniziative e le opportunità anche oltre i giorni di festa. Tutti hanno il diritto di dire la loro e di fare le critiche che ritengono giuste, ma forse, quando si parla della città, dovrebbero farlo con una prospettiva, una soluzione, perfino un po’ di poesia e di sentimento. Incoraggiamo Napoli e non uccidiamo la speranza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.