Funzione Doc

di Franco Buccino

(questo articolo lo scrissi a margine del convegno dell’Impruneta, del 14_15/11/1998. Ogni 4-5 anni lo riprendo e mi sembra ancora attuale!)

“Funzione doc”, propongo questo titolo per un dibattito sulla professione docente, anzi per quella che dovrebbe divenire una vera e propria campagna. Doc sta per docente, ma anche per documentazione, e – naturalmente – per doc come marchio di qualità.

La cosa più rilevante che avviene a scuola è il processo di apprendimento, nel quale c’è lo studente e l’insegnante, anzi gli insegnanti. Un’altra cosa importante è il coordinamento degli insegnanti.

In teoria a scuola potremmo fare a meno di tutti e di tutto, ma non degli alunni, degli insegnanti, del collegamento tra gli insegnanti.

A lungo si è dato grande importanza al docente, o meglio a colui che insegnava, a ciò che c’era nel libro di testo, poi finalmente s’è capita l’importanza dello studente, dell’apprendimento. Ma, paradossalmente, la ritrovata centralità dell’alunno ha contribuito a mettere in ombra il ruolo del docente, perché ha ingigantito fino all’inverosimile le funzioni della scuola, chiamata a rispondere a tutte le esigenze dei ragazzi e a tutti i compiti che la società le affida, distraendola a volte dal suo compito primario. (Per la verità a mettere in ombra il ruolo del docente contribuisce anche lo sviluppo degli strumenti tecnologici e multimediali, che sembrano relazionarsi meglio ai ragazzi, interpretare meglio le complessità delle discipline, trovare soluzioni metodologiche più adeguate.)

L’organizzazione stessa della scuola, in linea con l’impegno a cui essa è chiamata, non sembra giovare al riconoscimento della funzione docente; al suo interno in modo sempre più articolato sorgono nuovi ruoli e funzioni: i collaboratori, i coordinatori, i referenti, gli operatori, gli utilizzati su progetti (che a volte prevedono poco spazio “didattico”), i comandati presso gruppi o progetti d’area (che in qualche modo hanno già cambiato mestiere). Anche il contratto di lavoro ha difficoltà ad entrare nel merito dell’attività dell’insegnante, se non per misurarne la quantità; si sposta subito alle attività funzionali all’insegnamento, al loro orario, alla loro eventuale retribuzione; forse supererà lo scoglio delle figure di sistema, ma sulle accelerazioni di carriera potrebbe arenarsi, se ci arriva.

Se non li abbiamo già, avremo a breve “ottimi insegnanti”, presenti in consiglio d’istituto e in giunta, collaboratori del capo d’istituto, coordinatori di dipartimenti, di commissioni, referenti per le varie educazioni, responsabili di progetti, operatori “psicopedagogici” a contatto con alunni e famiglie, e che però non vanno in classe, non insegnano! Queste figure spesso lavorano e lavorano bene, ma il problema è: che riconoscimento vogliamo dare all’insegnamento? che valore all’insegnante nella classe, nel laboratorio, nell’aula di informatica, nella visita istruttiva? come valutare la qualità dell’insegnamento?

I livelli di competenza dei docenti finora individuati e studiati – disciplinare, pedagogico, metodologico, relazionale, insieme al più recente, quello gestionale – sono diverse facce dell’unica funzione docente, dell’unico docente che è quello che insegna? oppure questi arricchimenti portano il docente a svolgere altre attività, collegate ma diverse dall’insegnamento, lo portano o lo possono portare a percorrere una strada, “una carriera”, che per tanti aspetti è verticale, gerarchica, avendo non a caso al suo apice il capo d’istituto?

E’ venuto il momento di uscire fuori dagli equivoci e dalle ambiguità, soprattutto perché siamo chiamati, dopo il primo vero contratto, al primo vero rinnovo contrattuale, e perché siamo chiamati all’applicazione della prima vera riforma, l’autonomia scolastica.

Tutti riteniamo che a scuola è fondamentale avere buoni insegnanti. Come valorizzarli? Ci sono diversi modi non sempre in antitesi tra loro.

Il primo modo è il riconoscimento della professionalità nelle forme previste dal contratto e dalle successive elaborazioni relativamente ad accelerazioni di carriera.

E’ così importante la professionalità che bisogna anche correre il rischio di suscitare un vespaio e clamorosi dissensi tra i docenti. Si avvia una procedura e poi eventualmente la si corregge.

Si può passare da un concorso per soli titoli ad uno per solo esame; il docente potrebbe confrontarsi con il primo tipo di concorso più volte, con il secondo una sola volta avendo raggiunto una certa anzianità (potrebbe essere l’equivalente del concorso a funzionario o a quadro di altre categorie). Il superamento di questi concorsi deve portare significativi aumenti stipendiali.

Anche i vantaggi economici potrebbero far modificare l’atteggiamento verso questo istituto dell’accelerazione di carriera, un po’ come è successo per il fondo d’istituto, prima snobbato e successivamente valorizzato perché erogatore di salario accessorio, strumento per realizzare i programmi e perfino possibile regolatore dei poteri all’interno della scuola. L’applicazione di questo strumento riaccenderebbe -dunque- l’interesse di molti docenti per l’insegnamento, che può tornare ad essere fonte di gratificazione anche economica.

Il secondo modo per valorizzare la funzione docente è quello di dare il giusto risalto a due elementi ad essa intimamente connessi: la sperimentazione e la ricerca. Pur essendo ritenuti in teoria importanti, questi elementi nella pratica non sono mai stati presi in considerazione. Sia nella sperimentazione che nella ricerca il ruolo dei docenti è stato sempre piuttosto passivo, al massimo esecutivo, anche per una sorta di pregiudizio nei loro confronti da parte delle università, di altri enti di ricerca e della stessa amministrazione scolastica che non ha mai veramente investito in tale settore. Ma, se la ricerca entra nelle scuole, un rapporto alla pari tra esse e gli enti porterà necessariamente a coinvolgere i docenti e tra essi i più preparati, i più consapevoli, i più attenti. Ci sarà poco da bluffare o da farsi raccomandare. L’applicazione, o meglio l’apertura di questo nuovo settore, creando in ogni scuola una struttura di ricerca e sperimentazione, riporta l’interesse dei docenti per l’insegnamento, non più di serie B o subalterno all’università, e quindi per un’attività fonte di gratificazione anche professionale.

Di un terzo modo di valorizzare la funzione docente si può cominciare a parlare, considerando l’applicazione dell’autonomia.

Si tratta di dare la possibilità alle scuole di scegliersi una quota di insegnanti. Quante volte a scuola ci siamo dispiaciuti perché, secondo le graduatorie dei soprannumerari, se ne sono andati i docenti più bravi; quante volte abbiamo fatto carte false per tenerli con noi! Una scuola autonoma, nell’ambito della propria dotazione finanziaria, dovrebbe essere in grado di ingaggiare una quota di docenti con un contratto integrativo pluriennale che preveda uno stipendio maggiorato o eventuali gratifiche o indennità di trasferta, di sistemazione. Un contratto del genere dovrebbero avere la possibilità di farlo innanzitutto le scuole delle aree a rischio e questo riporterebbe l’interesse dei docenti per l’insegnamento, fonte di gratificazione anche sociale.

Le scuole come sono adesso sono impotenti di fronte alla demotivazione di tanti docenti, di fronte alla scarsa professionalità di alcuni di essi; ma una volta dotate di autonomia e investite di responsabilità rispetto ai risultati, dovranno necessariamente svolgere un ruolo attivo nel riconoscimento della professionalità dei docenti, perché di tale professionalità non potranno fare a meno. Gli interessi della scuola autonoma e dei docenti che vogliono valorizzare la professionalità coincidonoSe questo è vero, allora è già tracciata la strada dei prossimi rinnovi contrattuali e forse anche dell’applicazione delle riforme.

Le scuole avranno sempre più fondi con i quali far fronte non solo ad attività aggiuntive, collaborazioni e aggiornamento, ma anche a contratti integrativi, incarichi, fino a veri e propri trattamenti retributivi individuali. Gli organici saranno flessibili, si riducono i trasferimenti, torna in auge l’incarico, si dà l’addio alle riconversioni di massa e all’ipergarantismo.

Sul piano professionale entreranno nell’autonomia dei collegi, oltre l’aggiornamento, materie come la sperimentazione e soprattutto la ricerca.

Le relazioni sindacali, in particolare le contrattazioni integrative, troveranno spazio e forma compiuta proprio nei luoghi di lavoro, le singole scuole.

http://www.edscuola.it/archivio/ped/autonomia/impruneta.html

IL PROFILO PROFESSIONALE DOCENTE NELLA SCUOLA DELL’AUTONOMIA
UN CONFRONTO CON ALTRI PAESI EUROPEI
(Materiali del seminario di Impruneta del 14-15/11/98 pubblicati sul numero 18-19 di VS)

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