IL DESTINO DELLA SCUOLA PUBBLICA NELLE MANI DEI GENITORI

FRANCO BUCCINO

Repubblica ed. Napoli, 21 dic. 2004

Nei prossimi sei mesi si decide il destino della scuola pubblica a Napoli e in Campania. Lo decideranno innanzitutto i genitori che all’atto dell’iscrizione, ai primi di febbraio, sceglieranno per i loro figli il modello orario: il nuovo tetto per le attività curricolari di 27 ore settimanali o tempi più distesi, lunghi, dalle 30 alle 40 ore. La più profonda contraddizione della cosiddetta riforma Moratti è pensare a più materie in meno ore e con lo stesso numero di insegnanti. Più inglese, informatica, seconda lingua straniera nella scuola di base; filosofia e latino in tutti gli indirizzi delle superiori: che si possa fare tutto con le 27 ore della riforma o anche con 30 non ci credono più neppure gli esperti del ministro, come Bertagna. Solo una richiesta di tempo lungo per i ragazzi da parte delle famiglie metterà le scuole nelle condizioni di predisporre offerte formative adeguate, senza lasciarsi condizionare dall’artificiosa divisione delle materie e delle attività tra curricolari e facoltative, obbligatorie ed elettive. Tale richiesta rafforzerà anche l’autonomia delle scuole, che cambieranno atteggiamento verso l’Amministrazione scolastica: meno sudditanza e timore, chiederanno organico, forti delle istanze delle famiglie.
Basteranno gli insegnanti? A sentire il ministro, il prossimo anno lascerà lo stesso organico. Per la verità, quest’anno in Campania gli insegnanti sono diminuiti di 2000 unità e gli ata di 500. Non sono stati rimpiazzati molti andati in pensione, né confermati centinaia di supplenti. Per far quadrare i conti sono stati tolti agli insegnanti spazi di flessibilità oraria per compresenze, per lavori di gruppo, per sostituire i colleghi assenti e sono state loro imposte ore di lezione frontale; agli ata sono stati aumentati i carichi di lavoro: fanno in due quello che facevano in tre. Quando non ce la faranno col numero di insegnanti in servizio, chiameranno gli “esperti”, precari camuffati e facili da gestire. Poi per quadrare i conti basta aumentare il numero degli alunni per classe, mettere più handicappati insieme, fondere classi, sopprimere indirizzi importanti ma poco frequentati. C’è quindi un secondo fronte, quello degli organici, su cui deve incalzare l’Amministrazione scolastica chi lavora a scuola, ma con famiglie, studenti, enti locali, cittadini.
Insomma, se malauguratamente nei prossimi mesi si combinasse una modesta richiesta di istruzione da parte delle famiglie con una politica di tagli e economie dell’Amministrazione scolastica, la scuola napoletana e campana non sarebbe più in grado di svolgere il suo ruolo. E gli effetti negativi colpirebbero tutti. Anche tante persone che hanno a cuore il destino dei loro figli e sono pronte ad investire risorse per il loro futuro, in presenza di una scuola smantellata, non potranno contare né sulle agenzie formative, già esigue e senza identità educativa e didattica, né su una rete di scuole private, capillarmente presenti sul territorio ma inadeguate e inaffidabili.
È venuto il momento di prender coscienza della drammaticità della situazione e attuare tutte le alleanze possibili, pure trasversali a schieramenti politici, tra gente che dà un giudizio diverso sulla riforma; è tempo di una decisa iniziativa delle nostre istituzioni, regione, province e comuni, e di una grande battaglia confederale per il diritto all’istruzione. Bisogna elaborare insieme una piattaforma condivisa e attuabile. I punti centrali potrebbero essere un tempo scuola medio per ogni grado e indirizzo scolastico tra le 30 e le 36 ore settimanali con adeguato organico; una dotazione organica aggiuntiva e un ridotto numero di alunni per classe nelle scuole in aree più a rischio; risorse certe destinate all’integrazione tra scuola e formazione professionale per alunni dispersi o a rischio d’espulsione; un forte incremento delle iniziative di educazione degli adulti nei centri territoriali e in tutte le scuole. È un programma minimo per una regione che punta sulle risorse umane per un nuovo modello di sviluppo e divenire competitiva; per una comunità che interpella la scuola per vincere la sua battaglia di civiltà e di legalità. Non costringiamo la scuola pubblica a Napoli e in Campania a arrossire e balbettare per l’inadeguatezza delle iniziative educative e didattiche che può realizzare e delle risorse che può mettere in campo; non la costringiamo a divenire essa stessa vittima di ingranaggi perversi che dovrebbe contribuire a distruggere.
L’autore è segretario regionale della Federazione
dei lavoratori della conoscenza Cgil

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