La foto di Enzo sui giornali

Franco Buccino

Prima ancora di vedere la foto sui giornali avevo capito già che il giovane accoltellato a morte a San Giorgio a Cremano era Enzo, mio alunno a metà degli anni ‘90. Così come alunno della mia scuola è stato anche il suo presunto assassino, nel dopoterremoto. Per quasi vent’anni ho fatto l’insegnante e il preside nelle due scuole medie presenti nel quadrilatero formato da via De Gasperi, via Gramsci, via Botteghelle e via Marconi, con Parco Bacci, Sant’Agnello e Cortile Borrelli. Una zona socialmente complessa e piena di contraddizioni, tutte riversate nelle scuole. Di alunni difficili ne abbiamo avuto un sacco. Ma è evidente che non sto parlando di semplici alunni indisciplinati, maleducati, pronti alle marachelle e ai “filoni”, che non si applicano nello studio e disturbano la lezione, che approfittano delle debolezze di alcuni insegnanti per fare i comodi loro. Parlo invece di alunni capaci di mettere in crisi il sistema scuola, a volte i servizi sociali, e che richiamano spesso l’attenzione delle forze di polizia e del tribunale dei minori. A distanza di anni sono quelli che ricordo di più. Gli alunni bravi sono andati avanti con passo veloce grazie a loro stessi, alle loro famiglie e un po’ grazie a noi. Anche gli alunni meno bravi se la sono cavata in qualche modo, un po’ aiutati da noi. (Forse non nel modo giusto, visto che parecchi di loro diventano analfabeti di ritorno.)
Ma per gli alunni più difficili rimane il rammarico di non aver fatto quanto era nelle nostre possibilità, di esserci arresi troppo presto, alla fine di averli esclusi anziché includerli. Vigeva e vige la regola che chi non si adegua alla scuola, chi non risponde positivamente ai sempre scarni tentativi di recupero, viene messo fuori. Bisogna essere severi per la tutela della maggioranza degli studenti e per il buon nome della scuola, si dice ipocritamente. Quello che ancora mi rattrista e in certi momenti mi procura degli incubi è il non aver colto, il non aver capito, tutti i segnali che arrivavano in continuazione da questi alunni, veri e propri SOS, richieste di aiuto, nei modi e nelle forme più disparate. Perfino con le ribellioni o con il volersi mettere in mostra. Il non aver colto nei loro sguardi, oltre la sfida e lo scherno per le istituzioni, qualche volta un lampo di paura, di disorientamento, il rifiuto di un ruolo di duri che si vedevano costretti a svolgere. Non mi perdono il senso di liberazione che qualche volta abbiamo provato quando qualcuno di questi alunni se n’è andato, non ha frequentato più. E, quando magari compiendo reati più o meno gravi sono incappati nei rigori della legge, ci siamo detti: “Figurarsi che potevamo fare noi!”. Come se fossero nati votati alla delinquenza.
Ricordo che, quando Enzo arrivò, portò il subbuglio nella nostra comunità scolastica. Insegnanti seri e motivati rimasero allibiti dinanzi ai suoi comportamenti e atteggiamenti, i compagni lo temevano rimanendo a distanza da lui. Incapaci di trovare una strategia educativa adeguata, pensammo di sospenderlo dalle lezioni con qualche frequenza. E con preoccupazione pensavamo, compagni e insegnanti, ogni volta a quando sarebbe rientrato. Lui si incattiviva con noi, e noi con lui. Poi una mattina, doveva “essere accompagnato per essere riammesso” si dice in gergo, lo portò a scuola il nonno. Lui e il nonno erano uguali a tutti i nonni e nipoti. Questo signore, in presidenza, cominciò a parlarmi del ragazzo, delle difficoltà che si vivevano a casa sua, del padre in carcere, dei suoi sbandamenti e delle sue insofferenze. Poi fece avvicinare il nipote, inaspettatamente docile, gli scoprì la schiena e mi mostrò tutta una serie di enormi lividi che il ragazzo aveva. Il padre dal carcere aveva pregato un amico di andare a dare una lezione al figlio perché si comportasse meglio. Mi rimase impresso lo sguardo del ragazzo, tra spavaldo e implorante. Lo stesso che ho ritrovato nella foto dei giornali.
Enzo alla fine dell’anno fu bocciato. Io andai via per un distacco sindacale. Sentivo qualche notizia di lui da un collega che incontravo. Poi più niente. Diversi anni dopo lessi del padre ucciso in un agguato. La settimana scorsa la notizia dell’omicidio e la sua foto sul giornale. Quando i nostri alunni difficili muoiono di morte violenta, allora non cerchiamo più alibi e giustificazioni per non essere stati in grado di coinvolgerli e quindi per averli esclusi, e ci assumiamo le nostre responsabilità. Quando dovevano stare a scuola e non nel posto sbagliato, come Giovanni, Cesare e tanti altri. Ma anche quando la scuola l’hanno lasciata da un pezzo e ormai hanno trent’anni, come Enzo. Usciamo fuori e piangiamo amaramente, perché questi ragazzi, a suo tempo, li abbiamo traditi anche noi.

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